Qualcuno ha forse da muovere qualche critica al nostro sistema scolastico?
La domanda è retorica perché c’è molto da criticare, eppure nessuno lo fa apertamente.
Porgiamoci questa domanda: “Perché molte persone criticano istituzioni come la giustizia, la sanità, la politica, la finanza, l’economia,...ma nessuno critica la scuola, nemmeno oggi che i risultati dei test INVALSI denunciano dati allarmanti in merito ai livelli d’istruzione del nostro Paese?
Eppure, si converrà, che chi ne fruisce non ne è pienamente soddisfatto… E allora?”
Dobbiamo distinguere tre piani di analisi:
- la lamentela (il pian terreno, dove si trovano i fruitori del servizio scolastico)
- la critica (il primo piano, dove si trovano pedagogisti, educatori, insegnanti, coloro cioè che offrono il servizio scolastico e che possono trasformare le lamentele in critiche)
- la soluzione (il secondo piano, dove si trovano i legislatori, coloro che regolano e possono modificare il servizio scolastico sulla base delle critiche)
Oggi noi siamo fermi al pian terreno, l’ascensore è bloccato.
La domanda è: “Perché l’ascensore è bloccato, e soprattutto perché non si chiama il tecnico per ripristinarlo?”
Fuor di metafora, perché siamo fermi alle generiche lamentele, e perché nessuno interviene?
Perché nessuno raccoglie i “malumori” delle famiglie e fa una critica scientifica e pedagogica sulla “scuola oggi”?
C’è paura, c’è vergogna, c’è impreparazione, c’è sottomissione?
Eppure il disincanto, per alcuni insegnanti e pedagogisti è finito da tempo, e allora cosa li mantiene in quest’aurea posizione di silenzio?
Si parla di fabbricati inadeguati, scarsità di organico e mezzi cioè insufficienze economiche, ma è questo il motivo per cui la scuola non funziona?
Innanzitutto trovo incomprensibile il silenzio sulle didattiche, e la facilità con cui invece si giustifichi, il triste periodo che sta vivendo la scuola, con congiunture economiche, sociali, strutturali più o meno felici.
Quel che osservo è che troppo spesso lo slogan della “libertà educativa” ha assunto il significato più concreto di “non mettiamo in discussione l’educazione corrente”.
La storia della pedagogia ci ha offerto numerosi maestri di diversa ispirazione, eppure certe scuole di pensiero sono state totalmente abbandonate prediligendone esclusivamente altre. Questo è stato un grave errore che ha fatto la scuola italiana che si è volontariamente privata e depauperata di un inestimabile tesoro didattico, pedagogico, educativo.
Per rispondere invece alla sua prima domanda, voglio iniziare analizzando il rapporto tra le due principali agenzie educative: nell’ordine la famiglia e la scuola.
La spiegazione della discrasia tra queste due istituzioni ritengo sia da individuarsi nel voluto e ricercato scollamento tra le due.
Se negli anni 50 famiglia e scuola concordavano sui valori educativi e morali da insegnare ai fanciulli pur rimanendo ognuna nel proprio ruolo, oggi assistiamo a sistemi “educativi” dissonanti: da una parte la scuola attenta alla burocrazia, ai progetti, alle nuove didattiche, alle nuove politiche, alla conservazione di uno standard qualitativamente sempre più scadente, dall’altra la famiglia che cerca nella scuola un parcheggio, gratuito o a pagamento che sia, purché custodito e senza grattacapi. Laddove le domande dell’una non incontrano le risposte attese dell’altra, assistiamo ad un corto circuito della macchina, cioè del bambino. E allora ecco emergere un’inflazione sempre più considerevole di “certificazioni” di disturbi dell’apprendimento, disturbi dell’attenzione e così via.
Ed è qui che entra in scena una nuova figura nella scuola, quella dello psicologo, che invece di rilevare le discrepanze tra i due sistemi educativi, ravvisa invece diagnosi sempre più raffinate, obbligando bambini ed insegnanti a seguire la strada del PDP.
Diciamo che si sta avvicinando alla risposta…
Non è auspicabile, è assolutamente necessario!
Il più grande errore che è stato volontariamente commesso, è quello di aver posto al centro dell’azione educativa, sia in famiglia che nella scuola, l’individuo, nella fattispecie il bambino. Questo ha spostato obbligatoriamente il focus educativo su necessità e diritti, di un “bambino debole”. Ed è tale perché tutto intorno a lui è debole, a partire dalla famiglia ed a concludere con la scuola. I genitori, laddove presenti, sono deboli, e così gli insegnanti. Famiglia e scuola senza valori non educano e neppure istruiscono, ma semplicemente assistono allo scorrere del tempo che si traduce nella crescita corporale dei bambini. Questa fragilità educativa si traduce in giovani cavie per i poteri forti: essi diventano così ottimi consumatori, e gangli perfetti di un meccanismo manipolatorio. Fanta-realtà? Nossignore, analisi concreta di cui nessuno vuole parlare.
Mettere il bambino al centro dell’azione pedagogica è estremamente pericoloso sia perché si considera la dimensione esclusivamente antropologica dell’umanità che prende come esempio se stessa, sia perché di conseguenza scivola in un relativismo senza confini, ...ed è ciò che sta già avvenendo sotto i nostri occhi.

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