venerdì 10 novembre 2023

La scuola efficace non può essere democratica ed al centro deve riposizionare il Maestro.

Le pedagogie diffuse dal dopoguerra si ponevano l'obiettivo di migliorare la vita sociale delle future generazioni generalizzando l'idea malsana di rendere assolutamente "democratico" tutto, persino la scuola. Il promesso miglioramento culturale e l'avanzamento delle relazioni sociali in Italia però, non solo non sono stati prodotti ma, dopo 50 anni, sono evidenti invece un degrado generale culturale e sociale persistenti. La miriade di "progetti" di miglioramento delle "soft skills" (comportamenti sociali attesi) in tutti gli ambiti sociali, certificano il fallimento delle pedagogie sociali di stampo democratico del dopoguerra.
E' ormai evidente che la forzatura democratica di alcune istituzioni, come la scuola appunto, getti la società nel caos. La pedagogia nata nel dopoguerra su questi presupposti, ed oggi largamente impiegata, ha fallito. Tuttavia non vi è stato, da parte sua, ancora alcun ravvedimento, ne un manifesto j'accuse della classe docente. Come mai? Siamo certi che gli insegnanti ne siano consapevoli, oppure vivono in una bolla che li mantiene apparentemente a galla senza particolare fatica? Hanno coscienza del ruolo e della funzione primaria che ricoprono? Ho già scritto QUI sul fatto che nessuno ancora abbia il coraggio di parlarne.
Oggi la scuola non funziona perché essendoci al centro il bambino che si auto educa, si auto-valuta, si auto istruisce, il maestro è completamente esautorato dalle sue funzioni… Quale è dunque la linea didattica che segue il docente?
Innanzitutto, alla luce di quanto sopra detto, penso si debba convenire sul fatto che utilizzare oggi il sostantivo "docente", participio presente transitivo del verbo doceo, insegnare, sia assolutamente inappropriato per coloro che svolgono il proprio impiego all’interno della scuola. Se io maestro docente (soggetto) insegno, doceo (verbo transitivo), mi attendo un complemento oggetto, cioè “che cosa” insegno. Qualcheduno potrebbe obiettare che non servono altri complementi e che la frase potrebbe terminare così: “Io, maestro, insegno.”
Ma se io, insegnante, insegno qualcosa, lo insegno necessariamente a qualcuno.
Il termine in-signare nasce proprio dall’immagine bella e pulita di incidere, cioè imprimere dei segni su qualcosa di intonso. Dunque a colui che non sa, viene impressa la conoscenza.
Ma oggi chi è docente/insegnante non ha più “segni da imprimere”, poiché questi, secondo le nefaste pedagogie correnti, vi sono già nella mente del fanciullo, dunque che motivo ha di ricoprire questo ruolo? La nuova pedagogia accompagna dolcemente il maestro ad assumere nuovi ruoli, convincendolo della loro bontà.
Per ciò che invece concerne la linea didattica che viene seguita, è la cosiddetta “Didattica per competenze”, sulla quale ritengo opportuno spendere qualche parola in più.
Facciamo un balzo storico di 70 anni circa.
Negli anni 50, al centro dell’impianto pedagogico, c’era il “Sapere”, che possiamo chiamare Verità, Dio, Valore Assoluto. Bene, il sapere, in quanto tale, non ha funzione se non viene divulgato. E allora, chi era preposto a tale divulgazione? Il maestro! Costui trasmetteva le conoscenze in suo possesso ai suoi alunni perché conoscessero il mondo ed in esso vi si sapessero comportare.
Se trasponiamo il concetto sul piano religioso, è un po’ come dire che Dio Onnipotente ed Onnisciente si serve di suo Figlio Gesù, Maestro, per insegnarci, attraverso i comandamenti, le regole di vita di un buon cristiano.
Ora, di lì a qualche anno, alcuni pedagogisti ravvisarono la figura del maestro tuttologo come inopportuna e la trasmissione del sapere come mero ed unico sfoggio delle proprie conoscenze da parte del docente a discapito di un apprendimento efficace da parte dei fanciulli. E così quei "soloni" dell'educazione spezzarono in un battibaleno quell'invisibile linea di trasmissione che collegava la Verità all'ignoranza consegnando per sempre la scuola al relativismo e soprattutto alla convinzione che dovesse essere democratica e laica. Qualsiasi rigurgito religioso avrebbe fatto precipitare la scuola nel baratro dell'anticostituzionalità. 
Da qui nasce la resistenza all’inserimento nella costituzione europea delle radici cristiane come identità di popolo.
Ora appare chiaro che l’attacco al sapere, e quindi alla figura del docente che insegnava, alle metodologie didattiche che utilizzava, ai sussidi di cui si serviva, ai valori che trasmetteva, alle strategie che poneva in atto, non potevano che portare ad un lento ma progressivo sconvolgimento di tutta la scuola.
Cosa cambia negli anni? Innanzitutto il sapere, che da sapere diventa "saper fare". La scuola era stata da sempre tacciata come completamente scollegata dalla realtà, perché arroccata in conoscenze teoriche, troppo dotte, e quindi distanti dal popolo. L’apprendimento da parte degli alunni, proprio in virtù di una metodologia prettamente trasmissiva, fu considerato assolutamente passivo e quindi negativo.
Ma il famoso progresso, anche nella scuola, ha davvero rivoluzionato l’apprendimento trasformandolo da passivo ad attivo?
Possiamo parlare oggi di bambini attivi? Direi di no, dal momento che noi sappiamo che l’uomo è attivo non quando fa, ma quando fa ciò che ha pensato.
Oggi è cambiato il ruolo dell’insegnante, che da grande comunicatore e rivelatore di conoscenze sconosciute, diviene allenatore di competenze che il bambino avrebbe, come già detto, dentro di sé.
È però opportuno approfondire di più la differenza tra i due principali sistemi didattici.
La didattica per conoscenze, e cioè il metodo di cui si serviva un tempo il maestro per insegnare, partiva da una “verità” (quindi infallibile) che veniva trasmessa dal docente ai suoi scolari. Non vi erano ipotesi né verifiche, si trattava di una verità che poteva avere un’applicazione immediata e sempre corretta. L’obiettivo di questa pedagogia, era quello di aggiungere, aumentare le conoscenze del bambino di modo che, crescendo, compenetrasse vecchi e nuovi apprendimenti. Ovviamente, come insegnava Piaget, ed ancor prima di lui Benedetto da Norcia, al Cap. XXX della Santa Regola “Ogni età e intelligenza dev'essere trattata in modo adeguato”, si dovevano rispettare gli stadi di apprendimento dei fanciulli perché il loro livello di conoscenza fosse ben solido. Ad ogni età si insegnava solo ciò che il bambino poteva capire e dunque imparare perché questo avrebbe rappresentato il suo bagaglio di cultura e di identità.
Lo scolaro veniva rinforzato quando dimostrava di aver appreso, dunque, all’atto pratico una verifica veniva valutata in base agli errori commessi e non rispetto ai meriti o alle risposte corrette.
La didattica per competenze, invece, stravolge completamente questo impianto pedagogico: essa non parte da verità da trasmettere, ma da ipotesi da problematizzare. Partendo dall’esperienza, chiede al bambino, o al gruppo (cooperative learning), di produrre una sua tesi (relativismo). Di qui tante tesi vanno a costituire la teoria, quindi una “nuova verità”! Possibile? Ovviamente no. La domanda è: “Come possiamo insegnare ad un bambino che per formulare una tesi si parte dall’esperienza che è fallace, variabile, alterata, ecc.? E come possiamo da ciò stabilire che il punto di arrivo sarà la verità?” Sarà la sua verità, ma non la verità. Peraltro i bambini non sono in grado di fare ipotesi, dal momento che il pensiero ipotetico matura nella preadolescenza.
Sorge piuttosto il concreto dubbio che l’obiettivo di questa pedagogia, sia quello di partire dalle conoscenze spontanee che può avere il bambino, per poi sostituirgliele con competenze formali, e questo può essere molto pericoloso specialmente quando lo scopo è colonizzare ideologicamente le menti dei fanciulli.
È lo psicologo cognitivista Bruner che sostiene che ai bambini si può insegnare e dire tutto, purché si utilizzi un linguaggio a loro comprensibile. E allora capiamo come si sentano giustificati tanti “progetti” che oggi vengono imposti a scuola ai bambini, con o senza il consenso dei genitori.
L’importante è che si acquisisca la competenza, si dice, a discapito di comprensione, conoscenza, intimità.
E allora lo scolaro viene rinforzato non sugli errori ma su ciò che sa fare, che alla fine per questi nuovi maestri è sempre positivo.
Peccato invece che il bambino cresca quando fatica, quando sperimenta il sacrificio, quando piange, ed anche quando soffre. Egli si fortifica, conosce se stesso dagli errori che ha commesso e che gli permettono di capire che la vita si ama con le gioie e con i dolori di ogni giorno.


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