domenica 11 aprile 2021

La vera inclusione è Dio a scuola, esperienza e testimonianze di una realtà di una nostra scuola sul territorio

La realtà dell’istruzione parentale esiste da sempre, ma il pensiero comune porta a concepire l’”andare a scuola” come l’unico modo in cui istruire un bambino.
A giugno del 2020 in Italia le famiglie che si avvalevano di questa forma di istruzione per i figli erano circa seimila. Numero quasi raddoppiato nel corso di questo anno scolastico, anche “grazie” ai disagi vissuti durante il lockdown e la paura, a ragion veduta fondata, di ripetere ancora tale drammatica esperienza.
Tutti (o quasi) vanno a scuola, ma pochi conoscono la storia della scuola contemporanea, perché le scuole dell’età pre-moderna e soprattutto pre-illuministica erano delle realtà completamente diverse dalla scuola così come noi oggi la viviamo, la vediamo e la concepiamo.
Il grande equivoco in cui cadono molti ancora oggi è quello di credere che sia obbligatorio mandare i figli a scuola quando, più semplicemente, è obbligatorio garantire loro un livello minimo di istruzione. L’articolo 30 della costituzione dice infatti che “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”; pertanto la scuola pubblica teoricamente entra in gioco nel momento in cui il genitore, per svariati motivi, si trova nell’impossibilità di impartire l’istruzione ai propri figli. Lo stile di vita a cui il modernismo ci ha condotto, rende molto spesso una scelta difficoltosa, quasi impensabile, quella di occuparsi in prima persona dell’istruzione dei figli.
La scuola, quindi, assume un nuovo ruolo, dove i bambini non sono solo istruiti, ma anche “accuditi” mentre i genitori devono lavorare. Il metodo scolastico in sé evidenzia dei limiti di fondo. In primo luogo i bambini e ragazzi rimangono a scuola tutto il giorno e l’istruzione finisce di fatto con il prendere il posto dell’educazione. Altro limite della scuola è la sproporzione del mezzo rispetto al fine: infatti, per istruire adeguatamente un bambino od un ragazzo, non ci vogliono 5-8 ore sui banchi con l’aggiunta dei compiti a casa; basterebbero meno ore al giorno ben fatte, per garantire a chiunque, tramite un adeguato insegnamento, dei risultati culturali non buoni, ma addirittura eccellenti. Se esistesse un sindacato in difesa degli studenti, sarebbe impegnato quotidianamente a lottare per ridimensionare gli orari di “lavoro” dei bambini, senza contare il parcheggio del pre e post scuola. Purtroppo queste non sono scelte, ma spesso soluzioni obbligate, perché le politiche della società moderna, dove è tanto sbandierato l’assistenzialismo su ogni fronte, tralasciano un aspetto fondamentale, cioè l’importanza che i bambini crescano in famiglia, la vera sede dell’educazione e della crescita dei nostri figli.
Condividiamo quanto dice un genitore e insegnante che vive l’esperienza dell’istruzione parentale da anni: “La scuola non è un male in sé e per sé considerata; lo diventa, però, quando assurge al rango di esperienza totalizzante nella vita dei bambini e degli adolescenti; lo diventa quando fornisce un’istruzione omologata, omologante e spesso errata e quasi sempre insufficiente; lo diventa quando, per non scontentare nessuno, diventa un “contenitore asettico”, privo di identità, eticamente “neutro”, politicamente corretto ed indifferente alla religione”.

Questa è la lunga ma doverosa premessa che ci ha portato, dopo un periodo di riflessione ad optare per una forma di istruzione parentale per nostra figlia. Gli aspetti che possono mettere in crisi dei genitori, nella scelta di abbandonare l’”istituzione scuola” possono essere diversi.
Le domande che sorgono più frequentemente sono: “Saremo in grado di insegnare?” “Quale programma seguire?” “Come possiamo organizzare la settimana?”. Soprattutto domande inerenti la socialità: “Nostro figlio non avrà più compagni e amici?” “Sarà troppo protetto dall’ambiente familiare?” “Non rischiamo di farlo vivere in una bolla e non in contatto con realtà differenti dalla sua?”.
Giunti quasi al termine di un anno di esperienza di istruzione parentale, questi che erano i dubbi che ci attanagliavano, ora ci fanno sorridere, perché l’esperienza che stiamo vivendo ci ha permesso di capire che nulla di tutto ciò è vero, anzi…
Dopo aver letto il libro Benedetta scuola di Maria Chiara Nordio, consultato il loro sito, molto ricco di spunti e informazioni e preso contatti con lei e suo marito Nicola Pasqualato, abbiamo deciso di abbracciare il progetto educativo e didattico che loro propongono, in quanto in linea con il nostro pensiero cattolico, i nostri principi educativi e con la nostra idea di istruzione parentale.

La “Scuola San Benedetto” che propongono non è una realtà isolata ma diffusa in molte regioni d’Italia e ciò permette di confrontarsi periodicamente anche con altri genitori che vivono questa esperienza. La programmazione, in linea con le indicazioni nazionali, è ben strutturata e viene fornita settimanalmente ai genitori/insegnanti, anche con video esplicativi; inoltre il supporto pedagogico fornito è costante e professionale, e permette di tarare la didattica su ogni singolo bambino, anche con difficoltà di apprendimento. Mettendomi in gioco come mamma/insegnante, dopo aver seguito un percorso di formazione proposto dalla “Scuola San Benedetto”, con mio marito abbiamo allargato la proposta ad altre famiglie che condividevano il nostro pensiero. Dopo una partenza in sordina, siamo riusciti ad avviare un’esperienza di istruzione parentale con cinque bambini di classe seconda e terza.
Il primo dubbio che abbiamo dissipato è stato quello sulla socialità. In una classe di 20/25 alunni, i bambini socializzano e fanno amicizia comunque a piccoli gruppi. Gli amici stretti non sono 20, ma 4 o 5.
Questo ha trovato conferma nel nostro piccolo gruppo, dove sono nate importanti esperienze di amicizia e socialità, dove i bambini sperimentano quotidianamente un clima sereno, vivono anche momenti di discussione, di battibecchi, di confronto, ma riescono sempre a ricreare un clima di pace e di profonda stima nel rispetto reciproco. Si pone spesso accento su gesti di generosità, di affetto e di aiuto che scaturiscono anche dalle diverse attività che si svolgono. Il piccolo gruppo permette di concentrarsi con maggiore attenzione su tali aspetti. A questo proposito alcuni bambini hanno detto: “La mia scuola è bella, adoro stare con i miei compagni e insegnanti, è come stare a casa” oppure: “Finalmente ho trovato degli amici”.
Aggiungiamo anche che la scuola ha sicuramente un ruolo nella socialità, ma non può essere predominante. I bambini devono avere nella giornata il tempo e le energie per vivere in modo sereno anche altre esperienze, come la vita di oratorio, le attività sportive oppure il frequentare amici o parenti, nonché potersi permettere di giocare e fare passeggiate che sembrano oramai a loro precluse, non solo per colpa della pandemia. Questo spazio è lasciato anche grazie all’organizzazione data a questo tipo di istruzione, che prevede un orario dedicato alla didattica di quattro ore giornaliere, nelle quali abbiamo integrato un pomeriggio a settimana per attività laboratoriali.
Entrando più nell’aspetto didattico, il piccolo gruppo permette di valorizzare le doti del singolo, che in classi numerose non sempre riescono ad emergere, non solo doti prestazionali ma anche aspetti legati alla personalità.
Se una prerogativa di questa metodologia è la “Cura Benedettina”, questo si rispecchia anche nell’impegno e nella precisione che mostrano i bambini nello svolgere i lavori proposti; il tutto passa attraverso il non utilizzo di schede incollate sui quaderni, ma la maggior parte dei lavori viene scritto e disegnato, poiché anche queste sono attività utili a favorire i diversi tipi di apprendimento.
Abbiamo trovato molto produttivo associare il “sapere” all’esperienza sul campo, proponendo uscite e diversi lavori manuali che hanno permesso ai bambini di concretizzare quanto appreso. La verifica dell’apprendimento avviene attraverso il confronto costante con i bambini e la gratificazione è il modo migliore per valorizzare quanto acquisito, senza necessità di valutare le performance con voti che spesso creano ansia prestazionale e non permettono di esprimere in modo obiettivo ciò che si è imparato. Anche gli errori non sono vissuti come “Il voto negativo”, ma diventano un punto di partenza per rafforzare le conoscenze.
Il progetto educativo si sta realizzando anche grazie alla collaborazione attiva dei genitori e alla presenza preziosa di volontari che da subito hanno accolto con grande interesse la proposta, condividendone i fini e i valori, mettendo a disposizione i propri talenti e le proprie energie.
La bontà del progetto che abbiamo abbracciato è confermata anche dalle diverse testimonianze di famiglie che stanno condividendo questo percorso e si sono così espresse: “La decisione di iscrivere nostro figlio alla “Scuola San Benedetto” è stata frutto di una riflessione maturata dopo aver constatato che la Scuola Statale, finora frequentata, evidentemente non sarebbe più riuscita ad affiancare nostro figlio nel suo percorso di crescita seguendo il suo personale passo. Probabilmente non sarebbe stata in grado di “tirare fuori”, nel senso etimologico del termine educare, quel “potenziale” presente in lui come in ogni altro bambino. È stata una scelta condivisa, compresa e accettata da nostro figlio, il cui entusiasmo mostrato all’inizio di questo nuovo percorso, ha senza dubbi facilitato l’attuarsi della nostra decisione, perché ciascuno e tutti insieme come famiglia credevamo nella possibilità di intraprendere questo sentiero, forse ancora poco battuto ma certamente percorribile.
Sapevamo di incontrare un ambiente familiare e professionale al tempo stesso, e non da ultimo, una Comunità Parrocchiale che vive di fede ed è attenta alle sfide educative del nostro tempo. Abbiamo chiesto a nostro figlio di raccontare qualcosa della sua “nuova” Scuola. Lui ha scelto tre parole: “Santa e Benedetta”, “Gioco”, “Catechismo”. “Santa e Benedetta” perché si prega tutti i giorni e sembra che ci sia Gesù. “Gioco” perché si vive in un ambiente in cui si può giocare e “Catechismo” perché c’è il Don che ci insegna religione”.
Non aggiungeremmo altro se non per confermare che è davvero così! Prima di tutto è una scuola. Una scuola vera, inclusiva, che trasmette Conoscenza e Sapere e davvero facilita gli apprendimenti perché, come dice nostro figlio: “Anche le cose difficili diventano facili”. È inserita in un ambiente nel quale anche il gioco educa e attraverso il gioco si impara. Viene insegnata la religione, perla preziosa che fa da ponte verso il Cielo. Grazie a questa Scuola stiamo vedendo come lui stia iniziando a muovere i suoi primi passi del suo personale cammino di fede ed è per questo che è una scuola “Santa e Benedetta”.
Abbiamo chiesto a nostro figlio se avesse voluto aggiungere altro e lui ha risposto: “Si, scrivi anche che qui c’è la felicità!”. E noi? Cos’altro potremmo desiderare per i nostri figli?!” Raccontano altri: “L’esperienza che abbiamo vissuto finora è davvero positiva ed emozionante. I nostri bambini sono protetti dalla situazione disastrosa che abbiamo intorno a noi, non solo a causa della pandemia, ma anche per la perdita di valori che vediamo ogni giorno nella nostra società”.
“… Per nostro figlio è un’esperienza molto bella, perché si è sentito accolto e compreso. Stiamo vivendo un’esperienza nuova e vediamo che è molto felice.” Il cuore di questo percorso è quello di infondere nei bambini la Verità e di far loro scoprire come in ogni materia e in tutto ciò che impariamo c’è un’armonia che è data dalla presenza di Dio in ogni elemento del creato. Questa è una libertà che al giorno d’oggi, per un cattolico, non è più scontata, anzi, la presenza di Dio nella scuola è cancellata in nome dell’inclusione e dell’omologazione.
Per un cattolico solo questo potrebbe essere sufficiente per decidere verso quale direzione orientare l’istruzione e l’educazione di un figlio.